
In tanti anni di lezioni non mi è mai capitato che un allievo nuovo si presentasse dicendo: guarda, ritmicamente sono fortissimo, e con la tecnica direi che me la cavo bene. Mai. Qualche tempo fa è arrivato da me un chitarrista bravissimo, che suona e insegna da trent’anni e aveva appena registrato un disco. Voleva lavorare sul jazz, e la prima cosa che mi ha detto è stata: fai conto che io non sappia nulla.
Ci conosciamo tutti così. Siamo onestissimi con quello che non sappiamo, con le nostre lacune e le nostre debolezze. E quasi ciechi davanti a quello che sappiamo fare.
Non è solo un fatto di carattere. È anche il modo in cui siamo stati educati. Quando si entra in una scuola, in un conservatorio, ci viene messo davanti un programma: queste sono le competenze da raggiungere, punto. Che uno sia portato per l’armonia piuttosto che per il ritmo interessa a pochi. Così capita che un chitarrista che sa moltissimo di armonia, ma è un po’ indietro con la tecnica, finisca in un corso base. E si senta frustrato, non riconosciuto.
Io credo che ognuno di noi abbia delle qualità speciali, e che in fondo le conosca. Sono le cose che ci hanno portato a prendere in mano la chitarra: un certo orecchio, un gusto, una sensibilità. Se non le avessimo, semplicemente, non suoneremmo.
Penso a un mio allievo che porta nella musica una curiosità continua, il bisogno di trovare sempre qualcosa di diverso, di suo. Penso a un altro che, quando improvvisa, cerca la melodia prima di tutto. Probabilmente nessuno gliel’aveva mai detto, ma si sente subito. Sono tratti che appartengono a loro, e non a tutti.
Riconoscere queste qualità non è un esercizio di autostima. È uno strumento di lavoro, e serve in due modi.
Il primo è nello studio. Se so di essere forte ritmicamente, posso partire da lì per lavorare sugli altri ambiti: mettere in relazione il ritmo con le scale, con il repertorio, con l’improvvisazione. La qualità più spiccata diventa la leva per tirare su anche le altre.
Il secondo è nel percorso artistico. Se ho un ascolto molto raffinato, e quando suono con gli altri sento che nasce un dialogo, forse il mio posto è un duo dove l’interplay ha tanto spazio. Se sono un ottimo accompagnatore, è inutile che mi ostini a fare il solista in un gruppo: accanto a una cantante sarò apprezzato, suonerò con facilità, e il mio percorso andrà avanti da solo.
C’è anche una ragione più semplice. Guardare solo il bicchiere mezzo vuoto è faticoso. Io non so fare questo, non so fare quello: dopo un po’ diventa deprimente. Le qualità invece portano energia, ed è proprio quell’energia che ci serve per affrontare le difficoltà, quando arriva il momento di farlo.
Per questo, a chi studia con me, lo dico come un compito vero e proprio: chiediti quali sono i tuoi punti di forza.Credici, dagli valore, ascoltali. A volte se ne scoprono di nuovi, perché cambiano nel tempo. E sono convinto che i grandi musicisti lo facciano in modo naturale: quasi ognuno di loro ha costruito il proprio stile a partire da una qualità unica, che ha avuto il coraggio di seguire.
Il primo passo è guardare il proprio modo di suonare nel suo insieme, per vedere dove brilla e dove si ferma. Per questo ho preparato un video in cui ti mostro i dieci ambiti del Cerchio dell’Eccellenza: ti aiuta a riconoscere i tuoi punti di forza, e a capire come usarli.

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