Mano sul manico della chitarra – Il vincolo, il punto che frena tutto il resto

C’è un momento, nel percorso di molti chitarristi, che conosco bene. Si studia da anni, si conoscono le scale e gli accordi, la tecnica funziona, il repertorio c’è. Eppure resta una specie di insoddisfazione sottile, la sensazione di essere fermi un gradino sotto quello che si potrebbe essere.

Per spiegare cosa succede in quei momenti, ai miei allievi racconto una storia che con la chitarra non c’entra niente. Immaginate una fabbrica di panettoni. Ci sono diverse fasi: l’impasto, la cottura, l’incarto. L’impasto produce cento panettoni ogni cinque minuti, la cottura anche. L’incarto invece ne prepara soltanto cinquanta.

Quanti panettoni escono dalla fabbrica ogni cinque minuti? Cinquanta.

Non importa quanto siano veloci le altre fasi: il risultato lo decide il punto più lento. In fisica questo si chiama vincolo, ed è quello che ferma il fluire di tutto un sistema.

Nello studio della chitarra succede esattamente così. Possiamo avere un’ottima tecnica, una bella conoscenza dell’armonia, un orecchio raffinato. Ma se c’è un punto che non scorre, per esempio un rapporto rigido con il tempo, o l’ansia che arriva ogni volta che si suona davanti a qualcuno, è quel punto a decidere il nostro modo di suonare. Tutto il resto, per quanto buono, non riesce a uscire.

La cosa che mi sembra più bella è il rovescio di questa storia. Quando si scioglie un vincolo non si risolve soltanto un problema. Si liberano anche tutte le qualità che erano già lì, pronte, e che fino a quel momento non potevano esprimersi. Il giorno in cui l’incarto arriva a cento, la fabbrica intera va a cento.

Per questo vale la pena andare a lavorare proprio dove si fa fatica. Viene naturale continuare a esercitarsi su ciò che ci riesce bene: è piacevole, dà soddisfazione. Ma se la tecnica è già forte e i brani non li ricordiamo, quella tecnica resterà chiusa nella stanza dove studiamo. Impariamo i brani, e la tecnica avrà finalmente un posto dove andare.

Non tutti i vincoli pesano allo stesso modo, però. Faticare con un tempo dispari è un limite, ma tocca poco il resto del nostro suonare. Una coordinazione incerta tra le due mani, o un blocco con il ritmo, invece, condizionano ogni cosa. Quando ne vediamo più di uno, conviene scegliere quello che ha la ricaduta più ampia.

E anche la strada per scioglierlo non è sempre quella che ci aspettiamo. A un allievo rigido nel tempo, che passa le giornate seduto a una scrivania, non consiglierei il metronomo. Gli direi di iscriversi a un corso di balli latini. Il suo problema ritmico non sta nelle mani, sta nel corpo, ed è lì che va cercato.

Poi, quando qualcosa si scioglie, succede un piccolo miracolo: un click, e la qualità di tutto quello che suoniamo sale di colpo. Può capitare a qualsiasi età. Il mio allievo più anziano è arrivato a lezione a ottantadue anni, e in quattro anni l’ho visto cambiare in un modo che non dimenticherò. Mick Goodrick, grande chitarrista e didatta, lo diceva semplicemente: non è mai troppo tardi o troppo presto per imparare qualcosa.

Dopo un po’ di tempo, magari, torna una nuova insoddisfazione. Non è un passo indietro. È il segno che siamo saliti di un gradino e che, più in alto, c’è un altro punto da sciogliere. Non è un cerchio che si chiude, è una spirale che sale.

Il primo passo, però, è vedere dove si trova il proprio vincolo.

Per questo ho preparato un video in cui ti mostro i dieci ambiti del Cerchio dell’Eccellenza: ti aiuta a capire quale punto, nel tuo modo di suonare, sta trattenendo tutto il resto.