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Un ragazzo, un giradischi, un 45 giri trovato per caso tra i dischi di casa. Sulla copertina c’è il nome di José de Azpiazu, chitarrista basco, e dentro ci sono musiche spagnole per chitarra classica.

Il ragazzo ascolta, e non capisce. «Ma come può suonare così? Sembrano due chitarre!»

Quel ragazzo è Renato Pompilio, e quella domanda non lo ha più lasciato. Oggi suona jazz con la chitarra classica, le dita al posto del plettro e il nylon al posto del metallo: una strada poco battuta in un mondo dominato dalle archtop e dalle elettriche. Non è una scelta di stile presa a tavolino. È il risultato di un viaggio lungo, in cui ogni tappa gli ha lasciato qualcosa nella mano destra: la classica, il flamenco, il Brasile, l’armonia del jazz.

Seguire quel viaggio è il modo migliore per capire come suona oggi.

Prima l’orecchio, poi l’hard rock

La storia comincia in modo casalingo. In famiglia alcuni fratelli sono grandi appassionati di musica e, a un certo punto, spunta una chitarra economica con le corde di nylon. È lì, a disposizione, e Renato ci si avvicina senza spartiti né metodi: cerca di riprodurre i suoni che sente o che ha in testa, scoprendo le posizioni un po’ alla volta.

Lui stesso pensa che quel primo approccio, libero, curioso e istintivo, abbia segnato per sempre il suo modo di vivere lo strumento.

Poi arriva l’elettrica. Sono gli anni d’oro dell’hard rock e, con il fratello e un amico, Renato passa il tempo a inseguire i giganti: Eric Clapton, Rory Gallagher, Alvin Lee, Johnny Winter, Jimi Hendrix. Amplificatori, assoli distorti, volume.

È proprio in mezzo a questo rumore che compare il 45 giri di Azpiazu. E con lui un mondo nuovo, fatto di polifonia e di una ricchezza timbrica che l’elettrica non sapeva dargli.

Così Renato torna al nylon, questa volta sul serio. Studia chitarra classica ad Alessandria con Guido Margaria, che gli trasmette disciplina, cura del suono e tecnica. Da quegli anni gli resta quella che chiama una doppia anima: la grinta e l’istinto dell’autodidatta, e la ricerca del tocco, della dinamica e dell’architettura armonica che solo uno studio profondo lascia dentro.

Il segreto dei gitani

Nello studio della classica, a un certo punto, arrivano i passaggi difficili. E Renato si ricorda di quelle sonorità spagnole. I chitarristi gitani, pensa, affrontano lo strumento in un modo completamente diverso da chi studia in un conservatorio. Vuole capire il loro segreto, e parte per la Spagna.

Lì studia flamenco con maestri come Manolo Sanlúcar, Rafael Riqueni, Enrique de Melchor e Felipe Maya. E scopre un altro modo di imparare. Niente rigidità accademica: il maestro si siede di fronte a te, suona una frase, e tu devi catturarla al volo. Guardi le sue mani, assorbi il compás, cogli l’intenzione con gli occhi e con le orecchie.

Da Sanlúcar impara a liberare la mano destra e a dare alle corde di nylon un’anima più percussiva e profonda.

Ma il ricordo più bello di quegli anni arriva a tavola. La sera, finiti i corsi, studenti e maestri si ritrovano nelle trattorie del posto. Una sera Renato e un ragazzo brasiliano prendono le chitarre e cominciano a improvvisare. L’intesa è immediata, il pezzo nato dal nulla prende una piega bellissima. Sanlúcar ascolta in silenzio, poi si avvicina a Renato e gli dice: «Vorrei avere io la tua capacità di improvvisare in qualsiasi genere musicale».

Detto da uno dei più grandi chitarristi di flamenco del Novecento, è un complimento che Renato porta ancora con sé.

Le voci come un’orchestra

A quella capacità di muoversi tra i generi serviva ancora una chiave: l’armonia del jazz. Arriva grazie a un pianista con cui Renato suona in quegli anni, che gli presenta Filippo Daccò.

Il primo incontro dura ore. Parlano di musica a 360 gradi, e Renato gli racconta tutto il suo percorso: l’orecchio, l’hard rock, la classica, il flamenco. Daccò apprezza moltissimo questa trasversalità, e gli dà consigli che Renato custodisce ancora gelosamente.

Di quell’insegnamento gli resta soprattutto una visione. Non vedere la musica a compartimenti stagni, ma capire la struttura profonda di ciò che si suona. E far dialogare le voci sulla chitarra come se fossero un’orchestra.

Per chi arrivava dalla classica, dice Renato, quel concetto era «benzina pura». Era un altro pezzo della risposta alla domanda di quel ragazzo davanti al giradischi. Ne mancava ancora uno, e si trovava dall’altra parte dell’oceano.

Recife, e il segreto del balanço

Il Brasile arriva attraverso un’amicizia. In uno dei gruppi con cui suona in giro per l’Italia, Renato conosce un batterista brasiliano di origine italiana, Mauricio José Lauria Chiappetta. È lui a trasmettergli una passione viscerale per la bossa nova, lo choro e tutta la tradizione musicale del suo paese.

Quando il gruppo si scioglie, Mauricio torna in Brasile. Renato decide che deve andare a trovarlo. All’inizio degli anni Ottanta parte per Recife, la città dell’amico. Non è una vacanza: vuole immergersi nella cultura brasiliana e vivere quella musica dall’interno.

E lì trova ciò che nessun disco può insegnare. In Brasile il violão è uno strumento sociale, quasi un prolungamento del corpo. Dai dischi si studiano le note; lì si impara il balanço, quel piccolo anticipo o ritardo sul tempo che dà il groove alla bossa nova. E si capisce che la musica non è solo una performance da palco, ma un modo di comunicare e di stare insieme.

Suonare quella musica davanti al pubblico brasiliano, dice Renato, ti mette a nudo. È un pubblico caldissimo ma esigente: se manca quel dondolio naturale, se ne accorge subito. Superare quell’esame gli ha dato una libertà enorme. Ha spazzato via gli ultimi filtri accademici e gli ha insegnato a fidarsi del proprio istinto.

Il pollice di Baden Powell

Tra gli incontri brasiliani ce n’è uno che per Renato è stato come toccare il cielo con un dito. Lo conosce dopo un suo concerto in un club di Rio de Janeiro: è Baden Powell, uno dei suoi idoli assoluti. Di persona lo trova carismatico, umile e generoso.

Qualche tempo dopo lo ritrova in un teatro. Baden gli mostra come usa il pollice della mano destra, e suonano un brano insieme. In quell’occasione gli fa capire una cosa che Renato non ha più dimenticato: la chitarra non deve essere perfetta, ma vera e graffiante. Deve avere dentro la saudade.

Accanto a lui, Renato ricorda musicisti meno famosi ma altrettanto preziosi, come João Lyra e Niltinho, insegnanti del Conservatorio di Recife. Ognuno, dice, gli ha lasciato un pezzetto del suo mondo.

Il motore del chitarrista

A questo punto del viaggio, tutti i pezzi sono sul tavolo. Ognuno viene da un luogo diverso:

  • dalla classica, il tocco, la cura del suono e la polifonia: la possibilità di far suonare più voci insieme;
  • dal flamenco, una mano destra libera, il pollice percussivo, il compás;
  • dal Brasile, il balanço e il pollice di Baden Powell, la chitarra “vera e graffiante”;
  • da Daccò, l’armonia e l’idea delle voci come un’orchestra;
  • dagli anni da autodidatta e dal rock, l’orecchio e l’istinto.

Molti chitarristi attraversano uno o due di questi mondi. Renato li ha fusi in un linguaggio solo, e il punto in cui si incontrano è sempre lo stesso: la mano destra. È da lì che entra nel jazz.

«La mano destra è il vero motore del chitarrista», dice. È lì che nascono il timbro, la dinamica e il ritmo. Nel jazz tradizionale la chitarra si suona quasi sempre con il plettro, cercando un suono lineare, fluido e legato. Le dita, invece, gli permettono una polifonia che con il plettro è impensabile: far muovere le voci interne di un accordo, tenere una linea di basso indipendente sotto la melodia, improvvisare con la tecnica del pollice imparata in Spagna e in Brasile.

Il risultato, dice, è trattare la chitarra quasi come un pianoforte.

Frasi che diventano verticali

Anche l’improvvisazione cambia forma. Il plettro, spiega Renato, porta a un pensiero soprattutto orizzontale e lineare; le dita aprono subito la porta della verticalità.

In pratica, può saltare da una corda all’altra senza i limiti del movimento alternato del plettro. Arpeggi, salti di ottava e sostituzioni armoniche diventano più fluidi. E può pizzicare più note insieme, inserendo piccoli cluster e frammenti di accordo dentro la linea melodica.

Cambiano anche l’attacco e gli accenti. Con pollice, indice, medio e anulare gli accenti diventano poliritmici. Sulle note ribattute e nelle linee veloci, l’alternanza delle dita ereditata dal flamenco e dalla classica dà un’articolazione quasi da fiati, meno percussiva del plettro ma piena di sfumature. Ogni dito ha una sua forza e una sua voce. Il tempo, dice Renato, non viene solo scandito: viene modellato dal tocco.

La mano che dirige

E quando arrangia uno standard, la chitarra diventa una piccola orchestra. La mano destra ne è il direttore.

Ogni dito ha un ruolo preciso:

  • il pollice è il contrabbasso: dà direzione e sostegno con la linea di basso, spesso in modo indipendente;
  • l’anulare conduce la melodia, perché resti a fuoco nel registro acuto;
  • indice e medio riempiono il tessuto con gli accordi e le voci interne.

Renato non ama i blocchi di accordi fermi. Preferisce voci interne che si muovono e creano tensioni e risoluzioni, un’eredità del Brasile e del contrappunto classico, e forse anche di quella lezione di Daccò sulle voci come un’orchestra. Sul piano ritmico cerca un dialogo tra il rigore del basso e la sincope della melodia: un incastro in cui la chitarra respira e non diventa mai pesante, anche con tre piani sonori insieme.

Ancora una volta, due chitarre in una. O forse tre.

Il legno, l’aria e il nylon

Suonare jazz con la chitarra classica, per Renato, è una questione di compromessi. Il nylon gli dà una tavolozza di colori che il metallo non ha: calore, rotondità, intimità, note che respirano e una dinamica affidata solo alla forza delle dita.

In cambio, qualcosa si perde. Il sustain è più breve, le linee veloci nel registro acuto costano più fatica, e manca quella fluidità quasi liquida dei chitarristi jazz con l’elettrica. Ma è proprio questa resistenza dello strumento, dice, a spingerlo a cercare soluzioni diverse e a pesare ogni nota.

Le sue chitarre sono le José Ramírez, con cui è cresciuto e a cui è rimasto fedele: le sente ormai come un prolungamento delle mani. Usa corde Savarez, che gli permettono di passare da un genere all’altro senza perdere la dolcezza della classica.

L’amplificazione, ammette, è il vero mal di testa di chi suona il nylon nel jazz. Lui usa un pickup piezoelettrico insieme a due microfoni interni, e un Bose S1 Pro come amplificatore. L’obiettivo è far arrivare al pubblico il suono vero del legno e dell’aria, con il volume necessario per dialogare alla pari con gli altri musicisti.

Fluttering

Tutte queste anime si incontrano in Fluttering, il disco pubblicato da Dodicilune Records. Contiene nove composizioni originali, in cui convivono l’architettura della chitarra classica, l’imprevedibilità del jazz acustico e il calore ritmico della Spagna e del Brasile.

Il titolo evoca un battito d’ali: un movimento leggero ma pieno di energia. Con Renato suonano Fabio De March al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria, alla ricerca di un equilibrio tra il gusto dell’improvvisazione e la cura del suono d’insieme.

La rivista Jazzit lo ha inserito tra i 100 migliori CD europei del 2010.

Dall’altra parte dell’Atlantico

Renato ha portato la sua chitarra in Italia, Stati Uniti, Brasile, Canada, Spagna, Francia, Inghilterra, Germania e Svizzera. Negli Stati Uniti ha anche insegnato, al Warren Wilson College, in North Carolina, dove ha suonato con musicisti e docenti del college.

La cosa che più lo ha colpito è l’apertura del pubblico e degli studenti americani verso la contaminazione. Lì non importa da quale scuola vieni: se la musica ha groove, anima e dice qualcosa di vero, la risposta è immediata. E gli studenti, cresciuti nel jazz e nel blues, erano curiosissimi di quella mano destra arrivata dalla Spagna e dal Brasile.

Per chi studia: i consigli di Renato

A chi vuole sviluppare il fingerstyle nel jazz:

  • Parti dal pollice. È il tuo bassista: deve camminare, con il walking bass, o tenere il tempo in modo indipendente dalle altre dita.
  • Ogni giorno, la condotta delle voci. Sugli standard, impara a muovere solo una o due note dentro l’accordo, lasciando suonare le altre.
  • Evita di irrigidire la mano destra. Cerca sempre morbidezza e rilassamento, anche quando il tempo stringe.

A un chitarrista classico che si avvicina al jazz:

  • Dimentica la pagina scritta e ascolta il ritmo con il corpo.
  • Non avere paura di sbagliare. Il musicista classico ha una tecnica e una cura del suono straordinarie, ma spesso è frenato dalla paura della nota sbagliata. «Nel jazz l’errore non esiste: esiste solo il modo in cui lo risolvi.»
  • Canta prima di suonare. Comincia cantando le melodie degli standard, poi cerca di riprodurle sulla tastiera in modo istintivo, lavorando tantissimo sul tempo e sulla sincope.

Chi studia con noi nel Cerchio dell’Eccellenza ritroverà in questi consigli un’aria di famiglia: il ritmo che passa dal corpo, la voce che guida le dita, le voci interne che si muovono una alla volta.

Perché ascoltarlo oggi

Perché Renato Pompilio dimostra che la chitarra classica nel jazz non è un ripiego né una curiosità, ma un linguaggio con una sua forza. Le dita aprono possibilità che il plettro non ha: la verticalità delle frasi, accenti che cambiano da dito a dito, basso, accordi e melodia nella stessa mano. Il nylon porta calore, intimità, il suono del legno e dell’aria.

E perché quel linguaggio non lo ha imparato da un metodo: lo ha costruito strada facendo. Nel suo modo di suonare si sentono tutte le tappe del viaggio, la libertà dell’autodidatta, la disciplina della classica, il compás del flamenco, il balanço del Brasile, l’armonia di Daccò. È questo che rende la sua voce riconoscibile: non una tecnica presa in prestito, ma una vita intera passata nella mano destra.

Quel ragazzo davanti al giradischi si chiedeva come facesse una chitarra a sembrare due. Oggi la risposta la dà suonando. E quando gli si chiede di riassumere il suo cammino, sceglie le parole di Samuele Lion:

«Quello che pensano di me non importa, tanto la strada che farò sarà sempre la stessa. La mia.»

Ascolti consigliati

  • Fluttering (Dodicilune Records). Nove brani originali in trio, con Fabio De March e Nicola Stranieri: il punto d’incontro di tutte le sue anime.
  • Earl Klugh Trio, Volume One. L’ascolto che Renato stesso consiglia a chi vuole avvicinarsi al suo mondo: la chitarra classica che diventa ritmica, orchestrale e libera da barriere stilistiche.
  • Baden Powell. Per capire da dove vengono il pollice e la saudade di cui parla Renato.
  • Manolo Sanlúcar. Per sentire la mano destra del flamenco che ha cambiato il suo modo di suonare.

A cura di Eva e Manuel Consigli per La Via della Chitarra Jazz