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La prima chitarra di Barry Greene era di plastica. Si chiamava Zim Gar, ed era il 1971: lui aveva dieci anni e nessuna idea di cosa fosse il jazz.
Tanti anni dopo, quando gli hanno chiesto se l’essenza di questa musica si possa davvero insegnare, ha risposto con un’immagine che ci è rimasta addosso. Ricordi cosa provavi ad ascoltare il suono di te stesso che pizzica un accordo di Sol? Ecco, bisognerebbe restare lì. In quello stupore.
È una frase semplice, quasi ingenua. Eppure, per capire perché un professore universitario con decine di metodi pubblicati la metta al centro di tutto, bisogna tornare a quel ragazzo.

Un ragazzo del New Jersey che saltava la scuola
Barry Greene nasce il 31 luglio 1961 e cresce a North Bergen, nel New Jersey, a pochi chilometri da Manhattan. Negli anni Sessanta ascolta i Beatles, nei Settanta i Led Zeppelin. Il jazz arriva tardi, alle superiori, alla fine degli anni Settanta.
E non arriva come un amore a prima vista. Lui stesso racconta che a scuola non era un modello: saltava le lezioni per restare a casa a imparare i pezzi degli Aerosmith, e non c’era molto altro in cui si sentisse bravo oltre alla musica.
Poi, un giorno, sente Joe Pass, George Benson e Pat Martino. La reazione non è estasi, è incredulità: un essere umano poteva suonare la chitarra a quel livello, e senza nascondersi dietro la distorsione. La musica non la amava ancora. Ma sentiva il bisogno di provare a suonare lo strumento così.
È una distinzione sottile, e onesta. Prima viene la sfida del suono, poi l’amore per il linguaggio.
Nel 1979, finito il liceo, si iscrive al Berklee College of Music. Si laurea poi al William Paterson College, nel New Jersey, e a vent’anni è già un musicista professionista. Suona, lavora, accumula serate. A trent’anni fa i conti: i concerti non mancano, ma con cento dollari a sera non si cresce una famiglia. Vuole dei figli, un’assicurazione sanitaria, una pensione. Si iscrive alla University of South Florida, a Tampa, dove vive in quel periodo.
Nel 1995 entra alla University of North Florida di Jacksonville come docente di chitarra jazz. Ci insegnerà per più di trent’anni, fino al pensionamento nel maggio 2026. Dopo vent’anni, confessava, non riusciva ancora a credere che sulla porta del suo studio ci fosse scritto “professor Barry Greene”.
Quattro maestri, una sola lingua
C’è chi cambia idoli a ogni decennio. Barry Greene no. I suoi riferimenti sono rimasti gli stessi da quando era ragazzo: Pat Martino, George Benson, Wes Montgomery, Joe Pass. Di loro ama una cosa precisa, il fraseggio che imita i fiati e lo swing spinto, quello che non molla mai la presa sul tempo.
Se deve sceglierne uno, sceglie Benson. Per la tasca ritmica, dice, e per il fatto che canta: la voce dà alle sue linee un respiro melodico che si sente anche quando suona soltanto la chitarra.
Questa genealogia si ascolta subito. Le sue frasi corrono lunghe, in ottavi pieni e regolari, con quell’urgenza che una rivista americana di chitarra ha accostato ai momenti migliori di Martino. Ma sotto la velocità c’è sempre una pulsazione da organ trio, un modo di appoggiare le note sul beat che viene dritto da Wes e dal blues.
Il tono è scuro, rotondo, senza spigoli. Russell Malone lo ha riassunto così: gran suono, controllo, giudizio musicale. Tre parole che dicono più di una pagina di aggettivi.
La velocità al servizio della frase
Chi lo vede suonare dal vivo per la prima volta resta colpito dalle dita. Una sua compagna di liceo, rivedendolo dopo più di trent’anni in un club del Greenwich Village, scriveva che si muovono così in fretta da far dimenticare che sia una persona vera.
Eppure Barry non ama la musica tecnica. Lo dice senza giri di parole. La teoria, per lui, serve solo a spiegare perché una cosa suona bene; non deve mai essere il motore delle scelte musicali. Preferisce ascoltare un musicista che non sa nulla di armonia piuttosto che uno che decide le note in base a una regola.
È qui che il suo stile trova equilibrio. Le sostituzioni armoniche ci sono, e sono raffinate: nei suoi blues in Si bemolle le cadenze si moltiplicano, gli accordi di passaggio si infilano tra una battuta e l’altra. Ma arrivano dall’orecchio, da anni di dischi consumati, non da uno schema. Si sentono come lessico, non come esercizio.
E poi c’è la chitarra sola. Barry ama suonare in solo, anche se nelle serate lunghe gli manca il dialogo con gli altri. Su un palco senza ritmica il walking bass, gli accordi e la melodia escono dalla stessa mano, alla maniera di Joe Pass. Ha dedicato a questa disciplina anche un metodo, il Solo Jazz Guitar Method pubblicato da Mel Bay.
Una Benedetto arrivata per caso

Tutto comincia al Savannah Jazz Festival, dove Barry suonava una Gibson ES-165 prestata da un amico. Tra il pubblico c’era Howard Paul, di Benedetto Guitars. Da quella sera è nato il rapporto con la liuteria di Robert Benedetto, che dura ancora.
Negli ultimi anni suona i modelli Benedetto Bravo e Pat Martino Signature, amplificatori Benedetto e corde Thomastik-Infeld flatwound, scalatura 14. Una scelta coerente con il suo suono: corde lisce e spesse, che tolgono brillantezza e restituiscono corpo e un attacco morbido, quello delle archtop della tradizione.
Alla ricerca dell’altro sul palco
Una delle frasi più belle che Barry abbia detto riguarda i compagni di musica. Preferirebbe suonare con un grande fisarmonicista piuttosto che con una sezione ritmica mediocre. La riuscita di una serata, per lui, dipende tutta da chi ti sta accanto.
Negli anni gli sono stati accanto in tanti. Il batterista Danny Gottlieb, suo collega per anni alla University of North Florida, con cui ha registrato in trio insieme al bassista Dennis Marks un corso per TrueFire costruito su una sessione in trio filmata in studio. Adam Nussbaum, Gene Bertoncini, Kenny Drew Jr., Tim Hagans, Scott Wendholt, Paul Bollenback, Mark Whitfield, Rodney Jones, Russell Malone. Nel 2018, nel disco Resurgence, alla batteria c’è Jamison Ross.
I momenti che ricorda con più emozione, però, durano pochi minuti: quelli in cui ha potuto suonare con i suoi eroi, Pat Martino e George Benson. E una serata sul palco con Tommy Emmanuel.
Il ritorno dell’organ trio
Negli ultimi anni la sua voce ha trovato una casa naturale: l’organ trio. Con Pat Bianchi all’Hammond B3 e Ulysses Owens Jr. alla batteria ha dato vita a una formazione che ha suonato anche come 904 Jazz Organ Trio.
È la formazione che apre e chiude Giants, il disco uscito per Origin Records nell’aprile 2026 (in Europa il CD è distribuito da Challenge Records dal 2 ottobre) e registrato a ottobre 2025, con la produzione dello stesso Owens. Lui lo definisce la sua registrazione più personale: un omaggio ai chitarristi che hanno formato la sua voce.
Dentro ci sono due mondi. Da una parte il trio con l’organo, che riporta al calore dei club degli anni Sessanta. Dall’altra un quintetto più insolito, con David Kikoski al pianoforte, Steve Nelson al vibrafono, Marco Panascia al contrabbasso e Owens alla batteria. Pianoforte e vibrafono insieme, accanto a una chitarra, sono una scommessa sui colori: tre strumenti armonici che devono imparare a lasciarsi spazio.
Il repertorio è una mappa delle sue radici, scelta lontano dai brani più ovvi. “Backtrack” di Lonnie Smith, “Green Street” di Grant Green, “SOS” e “Jingles” di Wes Montgomery, “Mugshot” di Russell Malone, “El Hombre” di Pat Martino, “Question and Answer” di Pat Metheny. Una sola composizione sua, “In Her Room”, un valzer con un’ombra di gospel. E una ballad, “My One and Only Love”, per chitarra sola.
Chi ha recensito il disco ha notato soprattutto una cosa: Greene non prova a gareggiare con i giganti che evoca. Ne prosegue la conversazione.
Insegnare al contrario
Tra le tante idee che Barry ha messo nei libri e nelle lezioni, una le riassume tutte: l’improvvisazione, dice, la insegniamo al contrario.
Il suo percorso ideale è semplice. Lo studente trascrive quattro o cinque assoli importanti, li memorizza, li suona insieme al disco finché non sono suoi. Solo allora si comincia a parlare di teoria. Usare la teoria come veicolo per improvvisare, sostiene, è sbagliato.
L’esempio che usa è quello della lingua. Nessuno di noi, mentre parla, pensa a nomi e avverbi. Se lo facessimo, sembreremmo dei robot.
Chi studia con noi nel Cerchio dell’Eccellenza riconoscerà in queste parole un’aria di famiglia: il lessico che nasce dall’ascolto e dal repertorio, il ritmo prima della regola, la teoria che conferma ciò che l’orecchio ha già capito.
Il palco dentro la lezione
C’è una cosa che nessuna aula può sostituire, dice Barry: prendersi una bella lezione sul palco. Le proprie debolezze si scoprono lì, e da nessun’altra parte.
Così prova a portare il palco nelle lezioni private. Cambia tonalità all’improvviso, cambia tempo e feel, fa accompagnare cantanti, chiede agli allievi di attaccare e chiudere i brani. Piccole sorprese che allenano la cosa più difficile: restare musicisti quando qualcosa non va come previsto.
Per sé ha un’abitudine minima e preziosa. Non studia più le ore dei vent’anni: un’ora al massimo, di solito suonando un brano. Ma cerca di fare almeno una scoperta al giorno. Una sostituzione nuova, un modo diverso di arrivare a un accordo.
Dai libri allo schermo
La sua produzione didattica è vastissima. Per Mel Bay ha pubblicato tra gli altri Solo Jazz Guitar Method, Advanced Jazz Guitar Improvisation e Jazz Guitar Standards/Chord Solos. Poi è passato all’autoproduzione digitale, con gli iBook come Playing Jazz Guitar: libri che può aggiornare quando vuole.
Per otto estati consecutive ha insegnato al National Guitar Workshop nel Connecticut. Si è esibito più volte al Long Island Guitar Show e in Europa, in Germania e in Francia. Le sue prime video lezioni circolavano su Mike’s Master Classes; oggi sono diventate Barry Greene Video Lessons, una piattaforma online seguita da chitarristi di tutto il mondo.
E ha fatto anche una scelta meno comune: raccontare la propria fragilità. In un breve libro digitale, My Life Through Heart Disease and Music, ha scritto della sua malattia cardiaca e dell’intervento a cuore aperto, intrecciandoli con la storia della sua vita di musicista. Un racconto sincero, senza retorica, che chi lo ha letto descrive come pieno di fiducia.
Quello che sta seminando
Pat Martino, uno dei suoi eroi, ha detto di lui che è tra i migliori, come musicista, come autore e come insegnante. Mike Stern, dopo una clinic alla University of North Florida, raccontava che tutti gli studenti parlavano di Barry con entusiasmo.
Il segno che sta lasciando si vede già: nei ragazzi passati dal suo studio di Jacksonville e nelle migliaia di chitarristi che lo incontrano davanti a uno schermo. Lui ne parla con una franchezza che fa sorridere: con tre allievi su quattro, sostiene, riesce a tirare fuori dei buoni musicisti.
E il suo percorso è tutt’altro che concluso. Giants è il disco più maturo che abbia inciso, ma suona come un punto di partenza: lasciata l’università nel maggio 2026, oggi Barry dedica più tempo ai concerti, alle registrazioni e alle sue video lezioni, e porta questa musica sui palchi, anche in Europa.
Perché ascoltarlo oggi
Perché in Barry Greene la tradizione della chitarra jazz americana non è un museo. È una lingua viva, che lui parla con l’accento di chi l’ha imparata a orecchio, disco dopo disco, prima di saperla spiegare.
Ascoltarlo significa sentire come quattro maestri molto diversi, Martino, Benson, Wes e Pass, possano convivere in una sola voce senza diventare una citazione. E significa vedere un insegnante che non ha mai smesso di suonare, e un musicista che non ha mai smesso di imparare.
C’è poi quella domanda, la prima di questo articolo. Ricordi cosa provavi la prima volta che hai ascoltato il tuo accordo di Sol?
Se la risposta è sì, sai già da dove partire. Se è no, forse vale la pena chiedersi che cosa, nel frattempo, lo ha coperto.
Ascolti consigliati
- “My One and Only Love” (da Giants, 2026). Tre minuti di chitarra sola: basso, accordi e melodia nella stessa mano. Da ascoltare con attenzione alle voci interne.
- “El Hombre” (da Giants). Il brano di Pat Martino in organ trio con Pat Bianchi: ottavi lunghi, swing teso, l’omaggio più diretto al suo modello.
- “In Her Room” (da Giants). L’unico originale del disco, un valzer con radici blues e un colore gospel.
- “Question and Answer” (da Giants). Quasi tredici minuti sul tema di Pat Metheny, con pianoforte e vibrafono: il Barry più aperto e moderno.
Discografia essenziale
- Giants (Origin Records, 2026) – con Pat Bianchi, Ulysses Owens Jr., David Kikoski, Steve Nelson, Marco Panascia. Organ trio e quintetto, la maturità.
- Resurgence (2018) – con Jamison Ross alla batteria. Brani originali registrati a New Orleans.
- Sojourner (Greene Jeens, 1998) – in quartetto con pianoforte. Bop urgente, sulla scia di Martino.
Altri titoli da leader: At Home, Urban Jazz, Urban Jazz II, In the Meantime, Barry Greene Trio, The Other Side.
Video consigliati
- One Finger Snap – Barry Greene Trio, Bar Next Door NYC 12-10-2011 – il trio dal vivo nel club del Greenwich Village: swing e ottavi lunghi a pochi metri dal pubblico.
- Barry Greene Trio – You’d Be So Nice to Come Home To – uno standard in trio, ideale per ascoltare il suo tono e il fraseggio sul tempo medio.
- “The Truth About Solo Guitar” – Barry Greene – racconta come costruisce un arrangiamento per chitarra sola.
- Barry Greene Live Stream 8/9/19 – Desktop concert and Master Class – un concerto da casa alternato a spiegazioni: il Barry musicista e quello insegnante insieme.
- Barry Greene – Important Steps for a Jazz Guitarist – conversazione con Jazz Guitar Today su come diventare un musicista jazz migliore.
Sito ufficiale
🌐 Sito ufficiale di Barry Greene: barrygreene.com
Fonti consultate
- Barry Greene, sito ufficiale – Words and Music
- Intervista a Barry Greene – Jazz Guitar Life (2016)
- Jazz Guitar Life Podcast, ep. 15 con Barry Greene
- Scheda docente – University of North Florida, School of Music
- UNF Jazz Studies Program – Jazz Guitar Today
- Barry Greene – All About Jazz
- Barry Greene – Benedetto Guitars
- Barry Greene, Professor of Jazz Guitar – Jazz Guitar Today
- Giants, one sheet – Origin Records
- Giants – Challenge Records
- Giants, recensione – Couleurs Jazz
- Giants, recensione – Paris-Move
- Giants, recensione – Making A Scene
- Giants – HIGHRESAUDIO
- Talented guitarist Barry Greene comes long way from North Bergen – Daily Voice
- Recensione del libro sulla malattia cardiaca – Az Samad Lessons
- Jazz Trio Interplay – TrueFire
- Beyond the Frets, episodio con Barry Greene
- 904 Jazz Organ Trio – Blue Jay Listening Room
A cura di Eva e Manuel Consigli per La Via della Chitarra Jazz

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