
Pensa a qualcuno che racconta una storia a tavola, e tutti restano ad ascoltarlo.
Non dice cose più difficili degli altri. Cambia ritmo, si ferma un attimo prima della parte importante, ripete una parola, abbassa la voce e poi la alza. Fa domande e si risponde da solo. E chi ascolta, senza accorgersene, non riesce a distrarsi.
Un assolo funziona allo stesso modo.
Puoi suonare frasi corrette, belle, perfino difficili, e sentire che non arrivano. Non perché manchi qualcosa nelle note, ma perché manca qualcosa tra le note. Un assolo arriva a chi ascolta per il modo in cui le note si mettono in relazione.Una frase che chiama, una che risponde. Una voce che resta, una che entra a sostenerla. Un accento che all’improvviso cambia il colore di tutto.
E come per chi racconta, non è un talento misterioso. Sono strumenti precisi, che si possono riconoscere e imparare, e servono tutti a una cosa sola: dare a chi ascolta, momento per momento, qualcosa da seguire.
Nel video qui sotto suono Alone Together su una base, e ho annotato tre dei gesti che uso.
La base è di playjazztracks.com.
Un motivo che torna
Il primo è forse il più potente. Prendo una piccola idea, tre o quattro note, e invece di passare subito a un’altra la riprendo. La sposto su un altro accordo, ne cambio il ritmo, la allungo, la accorcio. Chi ascolta la riconosce, e riconoscerla gli dà un filo da seguire. È quello che fa chi racconta bene quando torna su una parola chiave: ogni volta che ritorna, la storia va avanti.
Le due mani del pianista
Il secondo viene dal pianoforte. Tengo la nota della melodia, la lascio suonare, e solo dopo faccio entrare l’accordo sotto, a sostenerla. Come un pianista che con la destra canta e con la sinistra appoggia. La melodia non viene coperta dall’armonia: viene accolta.
La sezione di fiati
Il terzo è il più teatrale. Armonizzo una nota e la accento, secca. Per un attimo non è più una chitarra: è una sezione di fiati che entra tutta insieme. Basta una volta, nel punto giusto, per dare all’assolo un peso diverso.
Sono gesti semplici, nessuno dei tre è un virtuosismo. Ma quando li usi con intenzione, la chitarra smette di eseguire e comincia a parlare.
E non sono gli unici. Se riguardi il video ne troverai molti altri: il double time che accende la tensione, frasi lunghe alternate a frasi brevi, un motivo melodico che torna e si trasforma, le ottave, le note lunghe lasciate respirare, le pause, una frase blues messa nel punto giusto, il call and response. Ognuno è un modo diverso di dire qualcosa a chi ascolta. Wes Montgomery, per esempio, costruiva spesso i suoi assoli passando dalle note singole alle ottave e poi agli accordi: non per variare, ma per raccontare un crescendo.
Prova a riguardarlo cercandoli. Ascoltare un assolo così, come un racconto e non come una fila di note, è già un esercizio di comunicazione.
Nel Cerchio dell’Eccellenza questo è il territorio della [Comunicazione], l’ambito in cui tutto quello che hai studiato prende forma e diventa un messaggio.
Prova così. Prendi uno standard che conosci bene, metti una base e improvvisa. Scegli uno degli elementi che hai visto nel video, per esempio un motivo che torna, il double time, le ottave o le pause, e usalo con intenzione per un intero chorus. Al chorus successivo aggiungine un secondo. Non tutti insieme: uno alla volta, finché smettono di essere un esercizio e diventano parte del tuo modo di parlare. Alla fine riascoltati, e chiediti non se era giusto, ma se diceva qualcosa.
La Comunicazione, da sola, fa già la differenza. Ma un gesto comunicativo è forte quanto il materiale che ha dietro: le parole che ti dà il lessico, il contesto che ti dà l’armonia, la direzione che ti dà il ritmo. Cosa succede quando li colleghi? E qual è, per te, il collegamento che manca? Nel video gratuito ti mostro i dieci ambiti del Cerchio e come lavorano insieme.

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